Assunta Spina (1915)

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Regia: Francesca Bertini e Gustavo Serena
Assunta Spina è un film raro ed unico nel suo genere. Girato nel lontano 1914 nelle strade di Napoli appartiene ad una corrente di film ben specifica: "il cinema realista italiano"(altri film leggendari  di questo genere sono "Sperduti nel buio" e "A San Francisco".  Il pubblico dell'epoca non apprezzava molto questo genere di film preferendo di gran lunga il cosìdetto "cinema in frac" con ambientazioni dannunziane e femmes fatales dedite all'ozio, all'arte e a passioni autodistruttive.Proprio per questo motivo soltanto pochi film naturalisti sono giunti fino ai giorni nostri (almeno integralmente).  Come ricorda la stessa Bertini:




"In Assunta Spina seppi essere modernissima ed introdussi nel cinema il realismo[...] volli lasciare da parte le creature fatali, eleganti, ingemmate e scelsi la verità confondendo la mia anima con quella di Assunta."



Abbandonati i lezi e le pose della galleria di figure romantiche alle quali prestava solitamente il suo volto, dimentica per una volta di essere figlia del suo tempo, lasciando alle spalle ogni fremito dannunziano tipico della recitazione divistica d'epoca e ricordando invece la purezza vernacolare delle sue origini partenopee, la Bertini esprime una grinta che la consegna definitivamente alla storia del cinema. La sua recitazione, ora sanguigna ora sofferta, non ha riscontri nei film coevi.

La pellicola è tratta dall'omonimo dramma scritto da Salvatore Di Giacomo.
Di Giacomo volle Francesca Bertini come interprete della popolana Assunta e le affidò la regia. L'attrice, infatti, apporterà numerose innovazioni al testo, scegliendo i luoghi delle riprese e addirittura azionando la macchina da presa quando il copione non la vede in scena. 
Napoli non è una semplice location. Si può senza dubbio affermare che Napoli è la protagonista indiscussa del film. Anche se rispetto ad altri film questo non sembra essere interessato a mostrare la bellezza paesaggistica e visiva di Napoli bensì la verosomiglianza  e l'interazione tra gli elementi in campo (l'opera non disdegna  la rappresentazione di luoghi di estrema povertà: i malsani "vasci" napoletani  in cui una vicenda come il dramma della gelosia era all'ordine del giorno). Non vi è separazione fra spazi esterni ed interni e gli ambienti sono da subito piu' che dei semplici testimoni dei veri e propri attori  del dramma.
Altra protagonista dell'opera è la "malasorte" che oltre a dominare nell'immaginario della cultura partenopea gioca un ruolo di primo piano in quasi tutte le sequenze del film. Assunta, infatti, puo' essere considerata a pieno titolo  una vittima del malheur de la vertu. La malasorte della tradizione verista in Assunta Spina sembra assumere i contorni epici della tragedia greca rimandando alla condizione ancestrale dell'animo umano perennemente condizionato dalle proprie passioni.
Francesca Bertini in Assunta Spina di G.Serna & F.Bertini (1915)

Un altro elemento fondamentale è dato dai costumi ed in particolar modo dallo scialle di Tulle indossato da Assunta. Il capo indossato dalla Bertini ha un ruolo fondamentale in tutta la pellicola in quanto piu' che semplice costume di scena esso è un vero e proprio accessorio patetico che va ad estendere e a supportare la recitazione della diva. Lo scialle sembra assumere sia una funzione difensiva ( spesso vediamo la diva chiudersi all'interno di esso) sia di amuleto quando lo distende. Di qui una specie di danza, di disposizioni di figure e di pose atte ad affrontare la malasorte.
La Bertini per riempire di sé il quadro filmico si serve di questo indumento  che non ha in questo caso una funzione di attributo iconografico (Assunta non è una santa anche se è votata al sacrificio).
La fotografia (affidata ad Alberto Carta)è molto scura. Come ricorderà piu' volte la Bertini in numerose interviste il film infatti venne girato all'aperto senza supporto di luci artificiali in un piovoso ottobre. Ma la luce naturale sembra addirittura esaltare ancora di piu' il profilo della diva 
Assunta Spina è stato restaurato nel 1993 dopo il ritrovamento in Brasile di una copia ed è stato restituito alle coloriture dde pellicole d'epoca.
Scrive Francesco Savio a proposito del film:


 "C'è nel film un gusto affettuoso dell'ambiente e dei sentimenti, una capacità rabdomantica di restituire il 'colore' per cenni indiretti, sommessi, il sole grigio dei vicoli, il riflesso dei volti e dei gesti sul chiaroscuro dei poveri interni. A tratti il film si smaglia, indugia in cronachismi descrittivi, ma bastano il lampeggiare di un controluce, lo scatto di una figura per mettere in moto, dal di dentro, la dinamica e l'asprezza del racconto. Il montaggio non c'è, o non si avverte".
Dello stesso avviso è anche uno studioso come Roberto Paolella:
"Il nessun legame delle scene in funzione del montaggio creativo vale a darci un'altra idea della maniera del cinema europeo avanti la volgarizzazione della tecnica di David W. Griffith"

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