Il cinema nell'epoca Giolittiana

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Il cinema muto italiano fiorì a Torino e poi a Roma sulla scia delle scoperte dei frères Lumière. Non è un caso che una delle capitali del cinema italiano fu proprio Torino. Si tratta di una città ancora un po' francese dove le novità d'oltr'Alpe vi facevano una prima tappa. Gran parte degli uomini più importanti nei primi del 900 come Cavour, il re e gran parte dei parlamentari si esprimevano in francese.
Roma si avvicinò al cinema per una questione di gusto, di disordine, di cultura e di sole.
Il cinema muto italiano rispecchia un po' la cultura che lo vede nascere. Alle sue origini è naturalista e decadente. Queste sono le maggiori correnti correnti.
Anche se ci sarà una corrente vicina per certi versi alla commedia leggera di intreccio erotico (pensiamo ai film con Polidor). Ma le due impetuose correnti possiamo dire essere: il decadentismo, che nell'italia di quegli anni voleva dire Gabriele D'Annunzio e vrismo, cioè Verga, Capuana, Bracco ed il Pirandello di certe novelle giovanili.
Dal fiume decadente nacquero film storici del calibro di Cabiria di Giovanni Pastrone; dal fiume naturalistico nacquero pellicole tristi e amare: Sperduti nel buoio di Nino Martoglio.
Giovanni Giolitti non era un letterato era piuttosto un uomo di legge. Il cinema non lo interessò mai, neppure da vecchio. Molto probabilmente individuò soltanto la corrente che detastava, quella decadentistica indovinando la presenza dell'uomo che vedeva come il fumo negli occhi e che doveva far prendere a cannonate tanti anni dopo nei mesi di Fiume, Gabriele d'Annunzio, il vate di Pescara. Vate sta a diva come D'Annunzio sta a Lyda Borelli.
Giolitti come si è detto pocanzi non si occupò mai di cinematografo. La sua mentalità era nettamente opposta a quella da cui nasce il divismo.
Fu durante un consiglio dei ministri che Giolitti constatò l'importanza pratica e morale del cinematografo: quando scoprì che Filippo Meda, suo ministro del Tesoro ne era appassionato. "E' una mania" concluse. Una mania che doveva portare lontano.
Giolitti nonostante detestasse il cinema dovette senza dubbio aver ricordar dalle donne di casa le dive del primo cinema italiano: la Bertini, la Borlli, Italia Almirante Manzini, Pina Mennichelli.
Perchè le chiamarono dive, cioè divine? Perchè esse erano ciò che la comune Italia non era: fuori dalla folla come esseri immateriali, in grado di spendere somme enormi, di cavarsi ogni capriccio. La folla le supponeva peccatrici; amore nei paesi cattolici è sempre sinonimo di peccato. Le dive spesso moruvano di mala sorte: strangolate, pugnalate, colpite al cuore dalle pallottole uscite da piccole rivoltelle a tamuro col manico d'avorio.
Il cinema anche allora funzionava da transfert liberatore. Il divismo in Italia è un riflesso provinciale dell'europea douceur de vivre. Swinburne, Verlaine, Baudlaire parlano di voluttà decadentistiche nei loro versi: sconfitta la nobiltà, la borghesia, impaurita dal primo socialismo si rifugia in squisitezze estetizzanti.
Le dive si presentano alla ribalta nel primo decennio del secolo ma il loro successo comincia con la guerra di Livia affrontata a malincuore da Giolitti nella scia delle imprese coloniali francesi favorite da Bismarck. Le dive, bellissime, "fatali", inavvicinabili, consolano nel buoi delle sale oscure, della malinconia e del tedio del presente.

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