Adua e le compagne (1960)

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"La preghiera rende più buoni!"

"Sì, certo.. che poi arriva uno che si è dimenticato di pregare e proprio lui ti frega!"

Un ritratto  amaro, malinconico a tratti sarcastico tutto al femminile che lascia poco spazio al sentimentalismo.

E' il 20 settembre 1958 e venivano chiuse a norma di legge le case di tolleranza. La legge Merlin era stata approvata, dopo una annosa trafila di rinvii e di voti contrari.
Pietrangeli con "Adua e le compagne" dà vita ad un affresco realistico delle conseguenze dell'entrata in vigore di questa legge attraverso la storia di quattro donne: Adua (Simone Signoret); Milly (Gina Rovere); Lolita (Sandra Milo); Marilina (Emmanuelle Riva).
Nessuna speranza, nessuna possibilità di cambiamenti in positivo, solo l'amara constatazione della propria condizione sociale. Pietrangeli, accreditato alla sceneggiatura con Ruggero Maccari, Tullio Pinelli e Ettore Scola, dipinge quattro figure di donne profondamente diverse, ma complementari. Desiderose, almeno in parte, di voler cambiare vita si renderanno ben presto conto che non c'è alcuna via di scampo per loro. Sono bollate, schedate, "marchiate come vacche" destinate a rimanere tali e subire lo sfruttamento di chi le illude.

A primeggiare fra le quattro è Adua, la piu' anziana, quella che, almeno apparentemente, sembra essere la piu' forte capace di resistere  nei momenti diffcili. E' lei che deciderà di riunirsi con le sue colleghe per aprire una trattoria che costituirà la facciata della prosecuzione del mestiere.
Sarà  sempre Adua a stringere un accordo con un vecchio cliente, Ercoli ( Claudio Gora) che farà da lenone ben contento di comprare la trattoria a patto di ricevere dalle donne un milione al mese.

Pietrangeli dipinge sapientemente i personaggi femminili caretterizzandoli di una psicologia complessa che traspare dalla pellicola con tutta la loro umanità. La presenza maschile è oscura ( nel caso del personaggio di Ercoli) o infantile ( nel caso del truffaldino Pietro Salvagni interpretato da Marcello Mastroianni). Poco o per niente umanizzata rispetto a quella delle quattro donne protagoniste.

Il film è tristemente deterministico e fortemente provocatorio. La legge Merlin appare come uno specchietto per allodole dei benpensanti che non si pose il problema di permettere un rientro sociale di tante donne. Lo dimostra perfettamente l'epilogo: Simone Signoret che si trascina per le strade di Roma, quasi impazzita sotto una pioggia di illusioni e sogni infranti.
Terribile l’immagine di un’Italia del boom economico, ma dove sembra non esistere più giustizia nè alcun futuro.


Curiosità: si tratta del primo film in cui Sandra Milo doppia se stessa. Nei film precedenti, infatti, l'attrice era stata doppiata da Rosetta Calavetta e Lydia Simoneschi.



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